Monumento alla Giustizia - Parco Artistico Gianni Argiolas Onlus

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Monumento alla Giustizia

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Giudicessa, sarda e donna, è Eleonora d'Arborea la figura simbolo del monumento alla giustizia, l'ultima straordinaria e complessa opera dell'artista Gianni Argiolas. Un monumento alla giustizia era nei suoi pensieri già da tempo; da quando - erano gli anni '90 - avendo partecipato a un progetto/concorso per la realizzazione di un'opera scultorea nel palazzo di Giustizia di Cagliari, risultato vincitore, non gli è stato mai conferito l'incarico perché, sull'onda di mani pulite, vennero bloccati gli appalti impedendo, a tutt'oggi, la sua realizzazione.
Ci ha pensato ora e senza i vincoli della committenza. Il risultato è dinanzi ai nostri occhi, stupiti, come sempre, davanti alle sue creazioni, frutto di una elaborazione artistica e ideale che costringe il visitatore a una attenta e ragionata riflessione. L'opera è ricca di particolari soluzioni scultoree e pittoriche: il tuttotondo, il basso e l'altorilievo, il grande e piccolo incavo, l'incisione, la pittura per sovrapposizione, l'acquerello. Estremamente importante e di grande attualità il tema trattato.
Tre volte Eleonora, una triade ormai consolidata.

Altera in groppa a un cavallo impennato e con in mano il suo inseparabile falco, regale e imponente, sa juyghissa domina l'intera composizione.
In bassorilievo, la legislatrice, con la veste azzurra e il mantello rosso bruno, mentre stringe una pergamena e poggia su un grande libro aperto con la scritta LEX, a ricordarne l'opera, la Carta de Logu, ritenuta, ancora oggi, di elevato spessore giuridico.
Ancora Eleonora,l'abito rosso, i capelli sciolti sulle spalle, mentre guarda con tenerezza la nipotina Benedetta che le porge un mazzetto di fiori, la semplicità di un gesto, il suo essere donna mai intaccato dalla posizione e dal ruolo rivestito.
Il torrione merlato, alto cinque metri, definisce il periodo storico di riferimento: il Medioevo. Ma è anche e soprattutto "l'espediente" utilizzato dall'artista che, attraverso l'utilizzo del tuttotondo, del basso e dell'altorilievo, ha modellato le figure creando una illusione ottica che viene percepita da chi guarda come una sorta di attraversamento della parete; le zampe anteriori, la testa del cavallo e il cavaliere sono già proiettati in avanti, una parte del corpo dell'animale sembra ancora imbrigliata all'interno del muro per poi uscire da questo con le zampe posteriori. L'animale nella sua corsa trascina il corpo ormai sfigurato di un condannato.
Sulla parte destra del torrione, tra le pietre che si fanno sbilenche quasi a decretarne la decadenza, un reo penzola dalla forca e dietro le grate di ferro di una prigione, un condannato allunga una mano verso l'esterno in cerca di libertà.
Il sito consta di 34 sculture a grandezza naturale. Una di queste è formata da tre toghe; una bianca a rappresentare il diritto romano, una nera i giudici, e una rossa i magistrati. La mescolanza dei colori ci riporta visivamente al cromatismo del costume sardo, intendendo in tal modo rimarcare il ruolo della giustizia ma anche la sardità che pervade l'opera.
Sono dieci le sculture che rappresentano altrettante condanne previste sia nella Carta de Logu che, più in generale, durante il Medioevo: lo squartato, il rogo, l'impalata, la gogna, la decapitazione, l'impiccato, il trascinato, il taglio della mano e del piede, la prigione.
Le sculture raffigurano scene di inaudita crudeltà ma volutamente inserite per dar conto di un tempo in cui le pene previste per i rei erano particolarmente atroci. Oggi tale ferocia è inimmaginabile anche se, ancora, dal mondo arrivano notizie e immagini che una società civile non dovrebbe tollerare. Spesso uno sterile atto di condanna tacita le coscienze, ma le atrocità continuano a perpetrarsi con buona pace di tutti.
La drammaticità dei volti o dei corpi sfigurati, proposti da Argiolas, è in qualche modo mitigata dall'uso sapiente del colore pastellato, e solo accennato, che crea l'effetto della dissolvenza.
Con la stessa tecnica è stata dipinta la scultura simbolo della giustizia, senza volto, e con in mano una bilancia a garantire equità nei giudizi; quelle dei soldati con scudi, pugnali e balestra; la scorta della giudicessa con il vessillo degli Arborea: l'albero eradicato. E ancora,la cattura del ladro sacrilego,la donna che fugge disperata, il frate con le mani levate al cielo, il saggio che srotola la pergamena e il gruppo famiglia.
Per contro il colore diventa predominante nelle tre figure di Eleonora, nel cavallo e nelle toghe.
La ferocia delle pene si smorza, a catturare la nostra attenzione sono le eleganti figure di Eleonora e l'imponente cavallo simbolo di forza, potenza e armonia. E soprattutto in queste sculture che si evidenzia l'apporto artistico di Noemi Cabras e Mariassunta Pisano, attualmente le uniche due scultrici in grado di affiancare il maestro Argiolas nel suo titanico progetto di parco artistico. Mariassunta ha modellato l'abito di Eleonora a cavallo, il drappeggio è frutto della sua sensibilità artistica, suo è anche il modellato delle toghe. La realizzazione del sito della giustizia ha svelato appieno le grandi doti artistiche di Noemi Cabras che ha inizialmente modellato con estrema perizia le pietre del torrione e ha proseguito con la criniera e la coda del cavallo, elementi fantastici e immaginari che attraverso lo sinuosità delle linee si contrappongono e creano contrasto con la plasticità del cavallo, inconfondibilmente opera di Argiolas, e con il drappeggio dell'abito di Eleonora; una combinazione di tre situazioni scultoree in perfetta armonia tra di loro, frutto di tre menti: Gianni, Noemi e Mariassunta.
Anche lo figura di Eleonora donna è opera di Noemi, suo l'abito disegnato in occasione della posa della prima pietra, suo lo sguardo, suo lo studio dell'abbigliamento medievale ripreso anche nel dipinto realizzato sul retro del torrione merlato. Un sito nel sito ideato e realizzato da Gianni e Noemi, frutto della convivenza artistica, sperimentata con grande successo nel corso del 2012. E l'ingresso figurato di un castello medievale che, attraverso un arco, ci mostra la vita intensa e febbrile che si svolge al suo interno. Soldati in primo piano, dame che conversano, una mendicante; il castello intero con le abitazioni, la chiesa, le torri, si svela nella sua quotidiana operosità. In primo piano le sagome di un cavaliere, di un soldato e di due bambini; uno raccoglie le monete a indicare l'attaccamento a tutto ciò che è materiale, l'altro contempla estasiato una farfalla a simboleggiare la spiritualità. Tutto rimanda alla scenografia teatrale. La pittura del castello, nella sua manifesta tranquillità si contrappone e crea il voluto contrasto con la drammatica rappresentazione delle sculture in tuttotondo.
L'artista crede fermamente nella forza del messaggio che l'arte è in grado di trasmettere; con i nudi, estranei a qualsiasi collocazione storica, ha voluto rappresentano la famiglia e, con essa, la speranza di vita in un mondo più giusto. Sono il presente perpetuo: di chi è venuto prima di noi, dei presenti e di chi verrà dopo.
A un saggio che srotola una pergamena è lasciato il compito di ricordare l'ordine della giudicessa "E niunu pro dinare iscampit". Di fianco una stele su cui è stata incisa la frase "Mezus terra sena pane che terra sena justizia", è lo richiesta di una giustizia giusta che l'artista reclama attraverso questo nuova e impareggiabile opera d'arte.

              

Liliana Ortu
Responsabile culturale
del Parco Artistico

Il messaggio è nell'insieme ma sono i dettagli, i volti e i gesti drammatici a riprodurre la sensibilità cruda e diretta dell'epoca giudicale. Il nuovo sito "Alla giustizia" realizzato dal maestro Gianni Argiolas, da Noemi Cabras e Mariassunta Pisano nel Parco artistico di Isca sa folla propone una testimonianza visiva verosimile di quel che avveniva in età medievale a chi sbagliava e incorreva nei rigori della giustizia. Ai tempi di Eleonora d'Arborea (XIV secolo) la sanzione per i rei era tremenda e senza sconti: per chi commetteva un reato era prevista e applicata una pena durissima. L'opera scultorea del Parco Gianni Argiolas offre una visione ricca e compatta che lascia stupiti e sgomenti: lo sguardo del visitatore è attratto dall'insieme e dai particolari ma poi sembra perdersi di fronte all'esibizione di tanto efficiente, truculento rigore. Ma queste scolpite, fondamentalmente, erano le pene più gravi previste per i condannati senza appello: la mutilazione, lo squartamento, l'impiccagione. Certamente ai nostri occhi si tratta di sanzioni crudeli ed eccessive, oggi inimmaginabili. Non a caso nell' opera si coglie uno scarto netto tra il nostro e il mondo giudicale (uno spaccato di vita quotidiana è ben rappresentato nella seconda parte del complesso scultoreo, proposto come un set teatrale), percepito come lontano e minaccioso.
Le trentaquattro statue del sito dedicato alla giustizia, di cui la giudicessa Eleonora d'Arborea è stata scelta dal maestro Argiolas come simbolo perché legislatrice e innovatrice nel campo del diritto medievale, raccontano tacitamente un'epoca ma quel che più conta è che si offrono al visitatore come speciali testimoni e compagni di viaggio alla riscoperta di un luogo della memoria dove l'immaginazione di ciascuno ha un ruolo decisivo. Ogni gesto, anche il più forte e realistico, sembra parte di un sogno terribile ma nulla è più autentico e aderente al vero di quanto documentato e riprodotto dagli scultori della scuola d'arte del maestro di Monserrato.
Nell'età giudicale sarda la figura di Eleonora giganteggia per l'esempio che dà di sé la giudicessa, costretta dalle vicende familiari a diventare regina reggente in nome e per conto del figlio minore Federico, successore al trono di giudice dopo la tragica scomparsa dello zio Ugone. Non a caso Eleonora, figura storica complessa, viene proposta dagli scultori nei momenti privati e ufficiali: come donna, condottiera e legislatrice. Le soluzioni artistiche proposte da Argiolas, Cabras e Pisano sono di immediata lettura perché è giusto che il messaggio o lo semplice dimostrazione che ciascuna statua offre giungano con immediatezza a chi guarda. Eleonora è insieme madre e moglie (di Brancaleone Doria, a lungo prigioniero di re Pietro IV d'Aragona), soldato e giudice e riesce, anche grazie alla soluzione cromatica riservata a lei dagli scultori, netta ed evidente rispetto a quella morbida e più trasparente degli altri personaggi dell'opera, a imporre il suo vigore e il suo peso nell'intero sito.
Il lungo viaggio tra le figure dell'opera spinge a perdersi ma è sempre un dettaglio, crudo e drammatico, a ricordare all'improvviso che tutto, alla fine, riporta a Eleonora e alla sua azione. Se lo "Carta de logu" disciplina l'ordinamento giuridico del giudicato d'Arborea (assieme al codice civile e penale lo Carta contiene anche un codice rurale redatto all'epoca di Mariano IV, padre di Eleonora) ed è l'opera lasciata ai posteri dalla giudicessa, lo figura che nel sito forse meglio simboleggia il messaggio lanciato da quell'antica stagione giudicale è rappresentato dalla famigliola che avanza nuda, staccandosi dalla calca di boia e condannati, e procede verso una vita dove si spera trionfi lo giustizia.



Pietro Picciau
Giornalista e scrittore

I romani lo raffiguravano come una dea bendata, con in una mano lo bilancia e nell'altra lo spada. Bendata perché doveva essere imparziale, con lo bilancia perché doveva essere giusta e pesare equamente vizi e virtù, con lo spada perché doveva punire chi lo meritava. Per lo cultura cattolica è una delle quattro virtù cardinali, attributo stesso di Dio. La giustizia è una condizione essenziale della socialità dell'uomo. Ma anche, più intimamente, della propria natura. Un sentimento innato e atavico, proprio come quello religioso di cui è stata a lungo, e ancora oggi è, l'altra faccia della stessa medaglia. Una necessità pregiuridica e metastorica, le cui radici affondano nella notte dei. tempi. Perché sin dal giorno della creazione non è esistita comunità, neanche lo più arcaica, che per esistere e sopravvivere non abbia costruito un sistema di regolazione del conflitto e quindi un sistema giudiziario. Dai più rudimentali, sino ai sofisticati codici moderni, frutto del millenario adeguamento dell'antica legge del taglione a società sempre più compiesse. Dove c'è un consorzio umano ci sono delle regole. E dove ci sono delle regole c'è anche chi prova a violarle, mettendo a rischio il patto sociale attorno a cui la comunità è nata e vive. Senza giustizia, come già scrivevano i latini, c'è il caos, regna l'arbitrio, non ci può essere l'uomo.
Cos'è, dunque, lo giustizia? La risposta a questa domanda non esiste. O meglio, non esiste una sola risposta. Ogni civiltà, ogni epoca storica, ogni cultura ha avuto e ha le proprie leggi e sanzioni. Spesso lo giustizia è stata (ed è) essa stessa strumento di arbitrio e dominio, lo clava in mano a una casta, a una classe sociale, a un'oligarchia che attraverso il suo esercizio perpetua il proprio potere. Nel mondo di oggi, se ci si sposta dal recinto della modernità, esistono sistemi giudiziari che ai nostri occhi appaiono barbari, incivili e disumani. Che puniscono durissimamente comportamenti per noi non solo accettabili, ma persino inoffensivi. Una giustizia che, paradossalmente, arriviamo a percepire come profondamente ingiusta. Si pensi alle adultere che in alcuni Paesi musulmani integralisti vengono ancora oggi lapidate pubblicamente, esecuzioni queste che riecheggiano sinistramente i roghi in cui nel nostro Medioevo venivano bruciate le donne accusate di stregoneria dalla Chiesa. Ma anche restandoci, nel nostro recinto, si pensi al brivido di disgusto che noi europei, non tutti per lo verità, proviamo di fronte a una pena cruenta come la sedia elettrica che ancora viene applicata in molti stati degli Usa, culla della democrazia occidentale. Anche la Carta de Logu di Eleonora D'Arborea, rimasta in vigore per oltre 400 anni ed esempio di straordinaria codificazione, prevedeva pene terribili, quali l'accecamento, il taglio della mano, la morte per decapitazione o al rogo, come hanno magnificamente e realisticamente rappresentato Gianni Argiolas, Noemi Cabras e Mariassunta Pisano in questa loro nuova straordinaria opera. E per restare nella nostra Sardegna, non ci si può dimenticare che in Barbagia, ancora nel XXI secolo, ai codici moderni sopravvivono norme consuetudinarie antichissime che impongono il dovere della vendetta per riparare al torto subito. A ben guardare ci sono solo due punti di contatto tra tanti sistemi, tante giustizie, così diversi e variegati. Comuni denominatori tecnici, piuttosto che etici. La regola e la sanzione. La bilancia e la spada. Gli oggetti con cui la dea Iustitia, che in latino significa anche simmetria, stanca dei misfatti dei mortali, volò in cielo dando origine alla costellazione della Vergine e mettendo così fine alla mitica Età dell'Oro. Perché la giustizia giusta, forse, non è davvero cibo per gli umani, ma solo per gli dei.



Massimo Ledda
Giornalista

Mappa percorso

Il Sito della Giustizia, particolarmente complesso, si compone di un torrione merlato, modellato nella parte anteriore e dipinto nella parte posteriore, e di 34 sculture. AI fin di favorire una visita più consapevole, e per meglio apprezzare l'opera nella sua interezza, poiché non risulta fattibile un percorso organico, si forniscono di seguito brevi note indicative sulle singole sculture, corredate da indicazioni numeriche.

1 -Scultura equestre con Eleonora d'Arborea giudicessa
Il gruppo scultoreo di Eleonora a cavallo domina l'intera composizione. La giudicessa veste un sontuoso abito e un mantello dall'importante drappeggio. In mano l'immancabile falco. La possente figura del cavallo, impennato, raggiunge quasi i quattro metri di altezza. E soprattutto in quest'opera che, dal punto di vista artistico, si evidenzia la perfetta fusione: il cavallo è inconfutabilmente opera del maestro Argiolas, la coda e la criniera di Noemi Cabras, il modellato dell'abito di Mariassunta Pisano.

2 -Eleonora legislatrice
Al centro del torrione merlato, la figura di Eleonora, in bassorilievo, poggia su un grande libro aperto, con la scritta LEX, a ricordare la corposità dei 198 articoli della Carta de Logu. Ha la veste azzurra e il mantello e il copricapo rosso bruno. Con una mano mostra una pergamena e con l'altra stringe un pugnale.

3 -Eleonora donna con Benedetta
Eleonora veste un sontuoso e regale abito rosso, i capelli sciolti sulle spalle, il suo sguardo dolce si posa sulla piccola Benedetta, la nipotina che, sorridente, le porge un mazzetto di fiori.

4 -Toghe
Le toghe sovrapposte, la bianca del diritto romano,la nera dei giudici e la rossa dei magistrati, rimandano visivamente ai colori del costume sardo.

5 -Simbolo della giustizia
Su un basamento di tre gradini poggia lo scultura della giustizia, il viso coperto da una maschera a garantire equità e giustizia, in una mano lo bilancia e nell'altra uno scudo.

6 -Vessillifero
Guardia di scorta di Eleonora con il vessillo simbolo del casato: l'albero eradicato.

7 -Soldato
Soldato a riposo con pugnale e scudo.

8 -Cavaliere con trascinato
Dal torrione un cavaliere in groppa al suo cavallo sembra fendere l'alta parete, come se avesse il potere di attraversarla. Il cavaliere, lo testa del cavallo e le zampe anteriori risultano già fuori mentre una parte del corpo dell'animale è imbrigliata dentro lo parete per poi fuoriuscire con lo parte posteriore e le zampe. AI cavallo è legato un condannato sfigurato dall'attrito della corsa.

9 -Soldato che insegue lo donna
Tra le pietre del torrione, modellate con estrema cura tanto da ricreare con assoluta fedeltà lo trachite grigia di Serrenti, tre visi contratti dal dolore e un cavaliere che insegue una donna nuda e con le mani in testa.

10 -Rogo
Il viso e il corpo di una donna ormai divorati dalle fiamme mentre l'addetto all'esecuzione continua ad alimentare il fuoco con altra legna.

11 -Decapitazione
Un boia, con indosso maschera e guanti neri, è raffigurato nell'atto di assestare un colpo di mannaia sul collo del condannato inginocchiato e con le mani legate dietro lo schiena.

12 -Furto sacrilego
Un ladro viene fermato mentre tenta di fuggire con la sua refurtiva: una croce e dei calici.

13 -Cippo con arti amputati
Una mano e un piede mozzati. Il taglio del piede era la pena prevista in caso di violenza sulle donne.

14 -Forca
Tra le pietre del torrione che si fanno sbilenche, a decretare lo decadenza di un'epoca, la forca da cui penzola il corpo senza vita di un condannato, con a fianco il boia.

15 -La prigione
Dietro le grate di ferro un condannato allunga una mano quasi a chiedere pietà per la sua condizione.

16 -Lo squartato
Scena raccapricciante a rappresentare l'atto dello squartamento. Il corpo sezionato, le viscere penzolanti, la testa mozzata e il carnefice con l'accetta che prosegue la sua opera. L'unica nota umana è data dalle mani e i piedi legati ai pali. Vicino un cippo con gli arnesi del mestiere.

17 -La gogna
La gogna chiusa da ferri imprigiona la testa e le mani di un condannato.

18 -Balestriere
Balestriere con alabarda, pugnale e balestra.


19 -Impalata e donna disperata
Una giovane donna penzola da un palo che le ha trafitto il corpo e una donna fugge disperata alla vista di tanto orrore.

20 -Frate
Il viso ascetico, le mani aperte verso il cielo, sembra chiedere lo salvezza per l'anima dei condannati.

21 -Saggio
Un saggio srotola una pergamena con l'ordine della giudicessa: e niunu pro dinare iscampit. La stele con l'iscrizione mezus terra sena pane che terra sena justizia rappresenta l'ideale di giustizia dell'artista e di tutte le persone oneste.

22 -La famiglia
Una mamma con in braccio il suo bambino, un padre con al fianco la sua bambina, quattro corpi nudi a rappresentare la famiglia e, con essa, la speranza di vita in un mondo più giusto. Sono il passato, il presente e il futuro della società.

23 -Castello medievale
Il grande dipinto, realizzato nella parte posteriore del torrione, è la risultante della convivenza artistica, frutto dell' esperienza, maturata n..el corso del 2012, dagli artisti Gianni Argiolas e Noemi Cabras. E uno spaccato di vita medievale che si apre alla vista attraverso un grande arco. Case, torri, la chiesa, si affacciano all'interno della piazza brulicante di figure: soldati, una mendicante, dame che conversano. Una di queste indossa lo stesso abito rosso di Eleonora. In primo piano quasi una scenografia teatrale: la sagoma di un soldato, un cavaliere e due bambini. Uno si inchina a raccogliere monete e rappresenta l'attaccamento ai beni materiali, l'altro accompagna e incoraggia il volo di ,una farfalla a simboleggiare la ricerca di spiritualità e di idealità. E il segno distintivo di Noemi: la prima volta di una farfalla scolpita dopo le tante dipinte accanto ai cavalli di Argiolas.

24 -Dipinto triade di Eleonora d'Arborea
L'opera, ideata e realizzata dagli artisti Gianni Argiolas e Noemi Cabras, misura m 2,40 x 2,10. Il dipinto, prende spunto dal sito della giustizia, ed stato concepito come una composizione piramidale. Eleonora, giudicessa, a cavallo, sovrasta l'intera opera. E vestita con un prezioso abito in broccato e un manto regale, in testa porta la corona e in mano l'immancabile falco. Ancora Eleonora, con il corposo codice del giudicato di Arborea, veste un abito azzurro e un manto rosso, meno sfarzosi e più consoni al ruolo di legislatrice. Infine Eleonora è una giovane e solare donna vestita di rosso, in testa una corona di farfalle variopinte e in mano il ricamo dell'albero eradicato. Tre volte Noemi. Tre donne che simboleggiano l'attuale universo femminile: il raggiungi mento di ruoli di grande responsabilità senza rinunciare alla propria specificità. La copia del dipinto è stata inserita in un telaio ed è parte integrante del monumento alla giustizia.





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Foto di Luigi Manca



I
l sito scultoreo è stato inaugurato il 9 giugno 2013

Hanno collaborato e affiancato il maestro Gianni Argiolas, durante tutte le fasi di realizzazione del sito, Noemi Cabras e Mariassunta Pisano.

L'artista




Noemi, da giovane allieva, è divenuta in poco tempo artista di talento ed ha saputo proporre soluzioni personali e innovative. Una profonda intesa artistica e umana la lega al maestro Argiolas con il quale ha sperimentato un nuovo modo di far arte: la convivenza artistica.
L'ideazione e realizzazione del dipinto del castello medievale è espressione del loro linguaggio artistico e del comune sentire.







Mariassunta, presenza significativa e costante, si è distinta per le sue buone capacità plastico-pittoriche raggiungendo una autonomia espressiva di tutto rilievo.









Nelle fasi iniziali dell'opera hanno dato il loro
contributo Franco Pintus, Mara Mudu e Luciano Radaelli.










 Per la parte tecnica, insostituibile l'apporto di Salvatore Deiana, la sua capacità e l'esperienza maturate risultano indispensabili per la tenuta del parco.













Importante la costante presenza di Giuseppe Bruno e la sua grande disponibilità
nel risolvere piccoli e grandi problemi tecnici.




 
 
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