Villaggio nuragico di Isca sa Folla - Parco Artistico Gianni Argiolas Onlus

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Villaggio nuragico di Isca sa Folla

Siti Artistici


La presenza dell’uomo in Sardegna è attestata già nel Paleolitico Antico (500.000 – 150.000 anni fa).
Ma il segno distintivo della nostra terra, che ne ha caratterizzato il paesaggio in epoca antica e ancora oggi, è dato dalla presenza delle costruzioni megalitiche: i nuraghe. Mentre l’epoca intera, periodo compreso tra il 1600 a.C. (circa) e il 238 a.C., viene definita, a ragione, civiltà nuragica.
Torri, con volta, coperte da false cupole (tholoi); dapprima costruzioni semplici e poi sempre più complesse ed evolute e formate da giri concentrici di pietre tenute assieme senza bisogno di malta cementizia, e che si restringono man mano che si elevano in altezza.
La funzione del nuraghe era senz’altro quella di torre di avvistamento e di controllo ma anche abitazione del capo, di chi aveva supremazia su altri individui che, per contro, abitavano in capanne non altrettanto sicure e fortificate e che provvedevano alle necessità della piccola comunità.
E di queste costruzioni, equamente distribuite in tutta l’isola, così inscindibilmente legate al nostro patrimonio artistico e culturale se ne contano a tutt’oggi circa settemila.
Molto dovrà ancora essere scoperto e scritto e molti sono gli interrogativi, spesso senza risposta.
L’artista Gianni Argiolas è riuscito ancora una volta a stupire per il suo particolare e inconfondibile modo di “usare l’arte” con la realizzazione del villaggio di Isca sa Folla. Entrare, materialmente, all’interno del sito nuragico che ha realizzato nel parco artistico di Isca sa folla, è come andare a ritroso nel tempo e scoprire una dimensione di vita lontana ma che sentiamo molto nostra, che ci appartiene, una sorta di guscio dentro il quale trovare riparo; è come tornare “al conosciuto” a quello che è stato prima di noi, un ricordo ancestrale, che si manifesta e ritroviamo nelle sensazioni e nell’emozione che ci provoca.
E, come per uno strano incantesimo, la vita frenetica, i rumori che giungono dalla strada, tutto sembra fermarsi per lasciare spazio alla laboriosità di un’intera comunità che si muove, lavora, legifera, prepara i pasti, rende omaggio alle proprie divinità e ai propri morti.
Le sculture quasi tutte a grandezza naturale, come le altre presenti nel parco, sono state realizzate dall’artista pensando ad un ipotetico villaggio in uno qualunque dei nostri paesi e le figure rappresentate sono frutto della elaborazione concettuale del maestro che è riuscito a plasmare le sue opere dando un’anima a ciascun personaggio rappresentato.
Quasi un anno di intenso lavoro per il maestro, esattamente dieci mesi e quindici giorni, coadiuvato da alcuni collaboratori dello studio d’arte che per brevità chiameremo “gruppo parco”.
30 sculture a rappresentare i ruoli sociali dei componenti il villaggio; strutture per il culto, per la vita politica e per quella domestica; 15 armi a grandezza naturale, 17 animali e 41 riproduzioni della ceramica vascolare sono frutto della grande capacità artistica del maestro unita ad una scrupolosa ricerca storica.
L’arredo verde dello spazio interno e del perimetro esterno che delimita il sito nuragico, fatta eccezione per i pini già presenti nel parco, è l’omaggio dei vivai di Antonello Cannavera; 120 piantine tra cui olivastri, lecci, corbezzoli, lentisco, ginestre, alloro, mirto e cipressi.
Il villaggio nuragico del parco artistico di Isca sa folla è stato pensato come un luogo vivo dove si costruisce, si produce, si legifera, si cucina si va a caccia, si gioca, si adora il proprio dio, si lotta e si muore.
Ad accoglierci, all’ingresso, un pastore con il suo gregge.
Subito il nostro sguardo è attirato dalle fasi iniziali di costruzione di un nuraghe con alcuni operai che, a fatica, sistemano dei grossi massi sotto lo sguardo severo di un capo tribù che dà indicazioni alle maestranze.
Ancora qualche passo e su una pertica, appesa ad asciugare, una grossa pelle mentre un gallo, a testa in giù, è in attesa di essere cucinato.
Una capanna abitativa, di forma circolare con il tetto ricoperto di frasche, è una efficiente cucina.
Al centro un fuoco su cui è stata sistemata una grande pentola.
All’interno la figura di una mamma con il suo bambino e attorno ancora brocche, tazze, olle, tripodi e quant’altro necessita per la preparazione dei cibi. Infine, arrotolata, una stuoia è pronta per il riposo notturno.
Proprio fuori dalla capanna una madre allatta il suo bimbo mentre un altro bambino, già grandicello, suona un sulitu di canna, sotto lo sguardo attento di un curioso cagnolino. Il suonatore di sulitu è l’unica figura alla quale abbiamo voluto dare un nome: è Norace, piccolo eroe da cui forse discendiamo.
Nella piazza del villaggio due lottatori si affrontano a mani nude e su una pertica un ricco inventario di armi e corazze, curate nei dettagli servono a dare conto della varietà e della particolarità delle armi in uso e documentate dai ritrovamenti archeologici.
Incuriositi dalla lotta un fenicio dal corpo possente e un nuragico intenti a siglare un contratto, in considerazione dei forti scambi commerciali che, presumibilmente, gli antichi abitanti della Sardegna erano soliti fare.
Nella capanna delle riunioni i saggi del villaggio sono intenti a discutere ma anche ad assaporare i cibi che una figura femminile, dalle sembianze micenee, offre loro. Tre guerrieri armati, preposti alla sorveglianza, vigilano attorno alla capanna. A definire il passaggio tra la parte politica e la parte religiosa del villaggio una vecchia scalza che vende i suoi manufatti: brocche votive e per uso domestico.
Ancora una figura maschile e una pertica con un cervo scuoiato la cui testa, sormontata da grosse corna, é stata poggiata su un tavolo, forse come sacrificio da offrire alla divinità.
Un offerente a cavallo di un bue, sul modello del bronzetto proveniente dal nuraghe di Ocru, a Nulvi, porta la sua offerta al tempio.
L’offerente calza sandali e questo ne fa, assieme al possesso del grosso animale, una persona con buone possibilità economiche.
Un sacerdote solleva in alto la sua spada dinanzi al pozzo sacro dove si erge una pietra che la natura ha modellato quasi fosse una dea madre mediterranea ma a noi piace anche pensare che antiche genti l’abbiano adorata e sia giunta indenne fino a noi.
Una sacerdotessa prega davanti al tempio; è una figura elegante e il vestiario (la doppia tunica e il mantello con frange) denota la sua appartenenza a un ceto sociale elevato.
All’interno del tempio, realizzato in pietra e con tetto coperto di frasche così come la capanna abitativa e quella delle riunioni, troviamo una protome taurina, uno scrigno in bronzo con ruote e vasi askoidi che ornano le nicchie.
Tra il pozzo sacro e il tempio, l’artista ha scolpito la figura di un cacciatore nell’atto di scagliare la sua freccia, che, con mira infallibile, colpisce un cinghiale fermato anche da un solerte cane.
Argiolas ha poi realizzato un altare sacrificale, ispirato all’altare votivo scoperto 1992 all’interno del protonuraghe “Su Molinu” di Villanovafranca, dove venivano offerte le spade alla divinità prima di una battaglia o, come ringraziamento, al termine della stessa.
Su un muretto la riproduzione, ingigantita, del bronzetto quattro occhi, forse uno dei più conosciuti tra le pregevoli statuine votive di età nuragica. Il culto dei morti è rappresentato da una tomba dei giganti e da offerte di cibo per il lungo viaggio del non ritorno. Uno sguardo al grifone che con le ali spiegate ghermisce la sua preda e il villaggio nuragico di Isca sa folla è nei nostri occhi  e nella nostra mente. Tutto è così vivo: capi tribù, soldati, pastori e cacciatori, offerenti, sacerdoti e sacerdotesse, vecchie, madri e bambini e ancora oggetti per la vita domestica e per il culto e animali, pecore, cani, buoi, cervi, cinghiali e l’imponente grifone.
Era questa l’organizzazione sociale dei nostri antenati?
Di certo è una bella pagina di storia interpretata e raccontata da un artista di grande levatura.
Liliana Ortu

Le pose e gli sguardi dei trenta personaggi riemersi dal passato non sono gli unici elementi a stupire.
Anche le vesti ruvide e pesanti, le armi e gli oggetti essenziali della vita quotidiana regalano al visitatore del villaggio nuragico un’atmosfera sospesa, quasi incantata.
Il sito pietrificato che il maestro Gianni Argiolas dedica nel parco artistico di Isca sa folla alla civiltà sarda per eccellenza – quella nuragica, sviluppatasi dall’età del bronzo, 1700 avanti Cristo, fino al II secolo dopo Cristo, in piena epoca romana - è una sintesi mirabile di una stagione della memoria che ogni sardo sente sua, sebbene ancora fatichi, nonostante gli apporti continui degli studi archeologici, a definirne i contorni storici e il significato autentico dei luoghi simbolo a noi giunti.
Il sito nuragico è un luogo unico e magico all’interno del grande parco artistico che Argiolas sta realizzando a Dolianova. Nasce, innanzi tutto, con l’intento di aiutare a osservare e a capire. E grazie a questa sua funzione didattica, l’opera nel suo insieme rivela molti dettagli di uomini, oggetti e usanze di una comunità che pare rievochi per davvero la vita in un ipotetico villaggio dell’età del bronzo.
Le figure che accolgono il visitatore sono quindi soltanto all’apparenza impassibili e semplicemente intente a svolgere i loro compiti: simboleggiano piuttosto un mondo articolato e, si suppone, bene organizzato.
Ogni particolare riprodotto negli oltre millecinquecento metri quadrati riservati al sito, frutto dell’elaborazione concettuale di Argiolas, indica un’azione o un ruolo precisi attribuiti ai personaggi. E il tentativo riesce perché tutto, nel villaggio, è realizzato a grandezza naturale.
Ricerche e osservazioni, studi e confronti hanno portato il maestro a disegnare prima e a realizzare poi (con la collaborazione di alcuni allievi della scuola d’arte) statue e capanne, armi, altari e perfino un grifone con una preda negli artigli.
La visita ideale comincia con la vista del nuraghe, luogosimbolo della civiltà del passato, da decenni al centro di diverse teorie sul diverso uso che gli abitanti ne avrebbero fatto: militare, civile, religioso.
Argiolas ne ha tratteggiato uno nella fase iniziale della costruzione e ogni particolare – a cominciare dalle pietre – è realistico.
Nuragici sono intenti nell’opera di edificazione alla base della torre megalitica e lo sforzo per issare le pietre è mostrato dalle espressioni di fatica nel volto degli uomini.
A cominciare dal II millennio a.C., il nuraghe a forma tronco conica era molto diffuso in Sardegna: ce ne sarebbe stato uno ogni tre chilometri quadrati circa.
Quello di Isca sa folla è un omaggio artistico ma anche un contributo alla comprensione del sistema di costruzione di queste opere in pietra.
In un anno di lavoro, sono sorti nel sito anche una capanna-abitazione e una per le riunioni.
Uno stenditoio con pertiche mostra l’essicazione delle pelli, figure intente in attività quotidiane sono rappresentative del loro status: c’è il capo tribù, accanto a lui soldati, pastori e cacciatori, offerenti, sacerdoti e sacerdotesse, vecchie, madri e bambini. Poi tanti oggetti: Argiolas ha realizzato 41 pezzi tra vasi, anfore e tripodi (l’abilità dei nuragici nella produzione di ceramiche è testimoniata dalle varie forme ritrovate e verosimilmente impiegate per complesse cerimonie), altri 16 pezzi sono di uso domestico o impiegati per il culto.
Quindici, a grandezza naturale, le armi appese nelle zone dedicate alla lotta (giovani nuragici si esercitano in un combattimento a mani nude). I popoli che abitavano nei villaggi nuragici erano abili nella lavorazione dei metalli e nella produzione di armi.
Di queste ne sono state ritrovate numerose e di varie forme.
Argiolas le ha riprodotte in ferro e cemento, materiale impiegato dal maestro di Monserrato per realizzare tutte le opere presenti nel parco.
Nel sito anche 17 figure di animali: oltre al grifone che su una rocca ghermisce la sua preda, un gregge di pecore e buoi, cervi e cinghiali.
L’altare (per realizzarlo l’artista ha preso spunto da quello rinvenuto a Villanovafranca), la tomba dei giganti e il pozzo sacro rappresentano l’architettura sacra del sito. La tomba è una camera sepolcrale di piccole dimensioni mentre il pozzo sacro, edificio legato al culto animistico o astronomico dell’acqua, è più imponente, edificato come gli originali con tecnica megalitica.
In quelli di un tempo la sala a volta a tholos era il più delle volte sotterranea, e qui veniva raccolta l’acqua sorgiva. Recenti scoperte fanno ritenere agli archeologi che la costruzione di questi templi risalga al periodo in cui esistevano strette relazioni tra i Nuragici e i Micenei della Grecia e di Cipro.
Come quelli di età nuragica, anche il pozzo sacro del sito di Isca sa folla è costruito accanto a una sorgente d’acqua e si proietta verso una posizione centrale del villaggio-museo proposto da Argiolas.
Ai visitatori di ogni età, il piacere di seguire il solco offerto da Argiolas. E perdersi, con l’immaginazione, in uninedito viaggio a ritroso nel tempo.
Pietro Picciau



Foto di Luigi Manca


Inaugurata il 14 giugno 2009, è la più imponente composizione architettonico – scultorea presente nel parco e occupa una superficie di 1600 mq.
Ha collaborato all'opera con il maestro Gianni Argiolas il “gruppo parco” nelle persone di: Mariassunta Pisano, preziosa collaboratrice, è riuscita meglio di chiunque altro a fare propria e ad interpretare l’idea di scultura cosi come Argiolas la concepisce ed ha lavorato con lui fianco a fianco.
Giuseppe Argiolas ha affiancato il padre ogni qualvolta gli impegni lavorativi gli hanno consentito di lasciare Firenze, dove svolge la professione di architetto, per un breve rientro nell’isola.
Gianfranco Conca, particolarmente attento ai piccoli dettagli, ha dato il suo contributo alla realizzazione dell’oggettistica..
Franco Pintus ha realizzato le mani di alcune figure.
Luciana Radaelli ha collaborato all’esecuzione di alcune armature, dei bronzetti presenti nel sito e di piccole bambole.
Noemi Cabras ha realizzato le corazze dei guerrieri nuragici curando in modo egregio le finiture e i particolari.
Federico Cabras ha bozzato la sagoma di un cane.
Gino Cau ha dato il suo contributo alla realizzazione della struttura del grifone e alla parte cromatica.
Liliana Ortu ha curato la ricostruzione delle varie forme di ceramica nuragica presenti nel villaggio.
Ugualmente prezioso è stato l’apporto tecnico fornito da Salvatore Deiana, presente costante e insostituibile, da Alessio Atzeni, Angelo Cabras e Mariano Nonnis.









 
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